domenica 15 giugno 2014

3. Social network. Un mondo da abitare


Terzo incontro a cura della dott.ssa Angela Silvestri, in data 9 giugno 2014:

Negli ultimi 15 anni siamo passati da una comunicazione dove i siti la facevano da padrone, ad una comunicazione molto relazionale, conversazionale dove, prima i blog e negli ultimi 10 anni i social network hanno riscosso successo perché hanno riorganizzato il modello di comunicazione dando una cittadinanza a dei bisogni di relazione che avevano le persone permettendo di continuare la relazione anche online. E hanno dato spazio a una delle istanze che in rete maggiormente è viva: quella della condivisione della conoscenza, permettendo di creare gruppi tra persone spazialmente lontane aggregate su interessi particolari.
Ci sono anche esperienze e applicazioni didattiche numerosissime, milioni nel mondo, anche se mancano teorie di utilizzo, Però c’è la necessità che l’insegnante conosca Facebook…

FB è stato uno dei primi SN che si è mosso in questa direzione della condivisione; oggi è il SN più utilizzato, con 7.800.000.000 di messaggi scambiati nel 2012, e 1.200.000.000 di utenti attivi. 70 lingue. 50.000.000 di tweet al giorno (dati 2012)

I SN hanno introdotto termini nuovi che sono già nei dizionari: twittare, taggare.

FB e TW hanno approcci diversi. In FB abbiamo gli amici e gli amici di amici, spesso mi collego con persone con cui ho una relazione reale. Pubblicare una notizia su FB è come pubblicarla sulla bacheca della parrocchia, della scuola, la pubblico in una comunità legata a me in qualche maniera.

In TW ci si segue. Pubblicare una notizia su TW è come pubblicarla sullo spazio del Comune, non ci sono legami. Tw è più simile ad un aggregatore di informazioni, l’utenza è più qualificata. Sì adolescenti, ma anche giuristi, politici, ecc.

La logica di FB è creare una comunità. Vado su TW se voglio entrare in un flusso di notizie, è luogo di pubbliche relazioni.

 Profilo per i minori. In FB c’è il limite di età di 13 anni. FB ha un account per minore (tra 13 e 18 anni: possono chiedersi l’amicizia solo tra minori o da amici di amici. Non possono dare l’amicizia ad adulti. Non prevede la condivisione pubblica e la geolocalizzazione, FB nel profilo del minore la esclude, ma basta cliccare per attivarla. Quando compie 18 anni FB cambia le impostazioni e manda l’avviso. Però i gli adolescenti si danno 20, 22 anni e tutto si vanifica.

Come porsi di fronte a queste nuove tecnologie? La Chiesa ce l’ha insegnato, già dal 1995: abitando il continente digitale. Il sito Vatican.va che ha 800.000 pagine, ha inizio il 31.12.1995. La Chiesa Cattolica ha coinvolto un mare di informazioni sulla rete, sull’uso della rete, sull’educazione all’uso della rete, più di qualsiasi altra organizzazione nella società. La comunicazione non è un optional nella Chiesa ma è centrale.

La Chiesa non deve avere paura del cambiamento. Non aprirsi a questo cambiamento potrebbe essere un errore; la tecnologia porta però a rivedere certi paradigmi che devono adattarsi a questo nuovo mondo: l’etica, la filosofia… Non avere paura di vivere questi luoghi con positività e con un atteggiamento di apertura alla relazione e di ascolto. Essere molto aperti al nuovo, stando attenti ad avere intelligenza nei confronti di questo nuovo mondo… Tenere questi mondi collegati, non separarli; non sono due mondi ma uno solo.

Su Twitter l’account @Pontifex c’è in otto lingue, ha 12 milioni di seguaci, 60 milioni di retweet.

Gli ultimi 3 pontefici hanno capito l’assoluta importanza di essere presenti in rete; hanno capito che l’uomo di oggi vive anche lì e quindi è anche lì che va trovato, accolto e anche lì gli vanno date le risposte che sta cercando e che cerca fondamentalmente da sempre.

Pensiamo alla grandezza del magistero di Benedetto: quando parla di nuovo continente, nuovi linguaggi, nuove culture fa pensare alla scoperta dell’America: se c’è un nuovo continente, una nuova cultura, eccetera ci sono nuove missioni, un nuovo mandato, un nuovo dovere di evangelizzare; c’è una forza di magistero spettacolare che non so se tutti lo abbiamo capito. Non si può portare un messaggio dove non siamo presenti.

Papa Francesco esorta a coltivare la cultura dell’incontro. Richiede che siamo disposti non soltanto a dare ma anche a ricevere dagli altri, sentirsi prossimi, è l’invito a vivere questo nuovo ambiente generato dai media come uno spazio di grandi opportunità, quindi non tanto i timori, i pericoli, certamente i rischi non mancano, ma uno sguardo estremamente positivo e fiducioso.

Una cultura dell’incontro che il Papa ha voluto contrassegnare con l’immagine evangelica del buon samaritano con cui ci suggerisce come camminare sulle strade dei social network,  significhi anche prestare una particolare attenzione a chi su queste strade si trova non solo a produrre realtà positive, ma anche resta ferito. Il samaritano, che vuole essere la realtà della Chiesa, degli educatori, di tutte le persone di buona volontà, ha anche il compito di farsi carico delle fatiche, delle difficoltà, di prendersi cura appunto.

Il nuovo samaritano è quello che non cura le ferite fisiche, ma quelle spirituali, che si fa prossimo secondo la logica della rete. Ci sono tantissime persone che passano il loro tempo in FB per colmare la loro solitudine, per relazionarsi cercando di colmare una carenza di senso. Il modello di conversazione piacevole non esclude lo spazio per porre questioni serie. Se abbiamo esperienze positive offline e le vogliamo condividere con altri online, è positivo.

I ragazzi e anche gli adulti, nascondendosi magari anche dietro sterili polemiche nei confronti della Chiesa, celano il bisogno di risposte e queste risposte gliele possiamo offrire ogni giorno abitando la rete con coerenza e credibilità.

C’è un invito forte a vivere una chiesa in uscita, che non ha paura di affrontare i nuovi ambienti.  Il Papa ripete: “meglio una Chiesa che ha delle difficoltà, magari anche delle fatiche, ma che esce, piuttosto che una chiesa chiusa in se stessa, che si ammala per essere troppo autoreferenziale”.

Evitare gli estremi: da una parte la demonizzazione di questa realtà e dall’altra la sua eccessiva enfatizzazione. I social network, la rete, costituiscono una opportunità importante dal punto di vista della quantità delle relazioni possibili e potenziali, nel senso che consentono relazioni che prima non c’erano:  dal punto di vista quantitativo può essere occasione di nuova ricchezza. Ma un’attenzione particolare deve essere messa su queste opportunità anche per la qualità di queste relazioni; il cambiamento può essere una opportunità se si è in grado di gestirlo nella direzione di utilizzarne le potenzialità qualitativamente importanti che porta con sé; solo in questo modo il rapporto fra i due mondi dell’offline e dell’online possono interagire proficuamente; da questo punto di vista il mondo giovanile è soggetto portatore privilegiato di questa sfida: il rapporto con questa dimensione è in prima battuta rapporto con i giovani.

Altra osservazione: la crisi economica di questi anni ha avuto profonde ripercussioni anche sulla vita collettiva: la peggiore è che ha prodotto una disgregazione del tessuto sociale; in una situazione di grande frammentazione collettiva che spinge ognuno di noi a rinchiuderci all’interno delle proprie sicurezze, dei propri punti di riferimento stabili, occorre, ognuno con i propri mezzi, la chiesa con i suoi, il mondo laico con i suoi, riaprirsi al rapporto con gli altri. Questa è la sfida più importante, prima ancora che non quella squisitamente economica. Credo che nel mondo in cui viviamo prima ancora della crisi economica c’è una crisi del tessuto sociale in cui siamo inseriti.

Il volto sociale di Facebook. L’esperienza di socialità nei social network.

Facebook è un luogo antropologico che consente identità, relazione, riconoscimento. L’unità di misura di questa possibilità di stare insieme è costituita dai profili, che sono in qualche modo una produzione dinamica di identità in relazione. L’identità è l’esito della performance, che ha una componente di presentazione di sé, una di gestione e controllo dell’impressione che vogliamo produrre negli altri, e ha sempre una dimensione di co-costruzione: la nostra identità e l’esito di ciò che noi diciamo insieme ad altri, che altri dicono di noi (pensiamo a quando veniamo taggati in una foto, ai commenti che compaiono sulla nostra bacheca, all’esibizione delle liste dei nostri contatti che dicono chi siamo perché siamo amici di qualcuno); l’identità, il profilo è davvero sociale.

Sherry Turkle,una delle principali studiose americane dell'universo giovanile, nel testo La vita sullo schermo, nota che Internet può essere considerato da molti un laboratorio sociale per sperimentare l’esperienza della costruzione e della ricostruzione del sé, dove alcuni vivono l’identità come un insieme di ruoli in grado di fondersi e mescolarsi. Si pone il problema dell’identità dei partecipanti delle community. Non si può mai sapere «davvero» chi sta dall’altra parte. Nel 2011 è stata scoperta la «bufala» di Amina, la blogger gay siriana perseguitata a Damasco: si trattava invece un barbuto attivista politico americano residente in Scozia. Ma dietro ad ogni avatar c’è tuttavia una persona in carne ed ossa: anche a questa persona possiamo offrire qualcosa di positivo.

Aspetti problematici per i giovani e i giovanissimi:

L’identità oggi soprattutto nelle fasce più giovani viene sempre più frequentemente declinandosi nel senso della estroflessione. La costruzione identitaria, la costruzione di rapporti, molte delle pratiche sociali che noi siamo abituati a pensare come interne, come appartenenti ad una sfera privata sono invece giocate nel “fuori”. Pensiamo all’importanza che i ragazzi attribuiscono al cambio frequente dell’immagine. La foto del profilo svolge due funzioni: una di rappresentazione di sé, una strategica. Un ragazzino attraverso il cambio comunica i suoi stati d’animo, gli umori.

Pare che un minore su quattro, specie se non lega con i coetanei, tenda ad evitare il confronto diretto e preferisca raccontarsi online.


  1. Qualche mese fa  i media davano la notizia di una ragazzina che si è tolta la vita, perché su ASK aveva ricevuto minacce e insulti. Ask è un social network lettone, giovanissimo, ha tre anni e circa 8 milioni di visitatori al giorno. Il messaggio è: chiedi e rispondi. La finalità è fare domande massimo di 300 caratteri e ottenere risposte. Si può accedere tramite Facebook o Twitter. Generalmente è anonima. È il motivo del successo. È popolato prevalentemente da adolescenti, che hanno un linguaggio aggressivo. Non c’è la possibilità di impostare la privacy. Si può bloccare una persona che fa domande aggressive ma non è così evidente come parlare, aprire il discorso ask con i ragazzi e capire la motivazione dello scambiarsi domande e risposte, su YouTube si trovano le video risposte, il tono è inquietante perché sono veramente aggressivi ci sono delle video risposte su ask che rasentano l’isteria: parolacce, terreno fertile per un cyber bullismo.


Avvenire del 22/05/2010 riportava l’articolo “Ragazzi nel baratro”: si riferiva a tragici fatti di ragazzi che si sono uccisi, o tentare di farlo, qualcuno gridando la propria disperazione su Facebook e rimanendo inascoltato; uno per non aver sopportato la  vergogna di essere stato messo in quella piazza, filmato dai compagni mentre sbeffeggiava la professoressa.

Segnaliche non sono stati captati da nessuno: né dai genitori, ignari del profondo disagio psicologico dei ragazzi, e neppure dagli amici di scuola.

Il 12/03/2011, all’aeroporto di Fran­coforte, Arid Uka, un ragazzo musulmano d’o­rigine albanese che vive in Germania compie una strage terroristica contro un bus dell’avia­zione americana. Il ragazzo confessa di aver agi­to dopo aver visto su YouTube un vi­deo che testimonia lo stupro di alcu­ni soldati statunitensi su una ragazza in Iraq. Dopo quattro giorni il maga­zine Spiegel tv scopre che il filmato è una sequenza del film «Redacted» di Brian de Palma. Ma la sequenza choc è stata inserita sul web senza alcun riferimento al film, dando vita a «seg­menti di racconto decontestualizza­ti».

Il 2 aprile 2014, in Messico, una sedicenne messicana è stata uccisa da una coetanea con 65 coltellate per aver pubblicato foto in cui entrambe comparivano nude sulla sua pagina di Facebook, scatenando una serie di scherzi e commenti pesanti sul social network.

Ricordiamo tutti i fatti di Roma e Genova dove ragazzine mettevano le loro foto che le ritraevano nude o quasi, per fare soldi.

Ormai è chiaro che Internet e i social network sono spazi concreti dove avvengono e si dicono cose vere. Non si possono più considerare come due campi separati la vita quotidiana e la realtà della Rete, perché ha un peso reale. Ecco perché anche lì è urgente educare alla responsabilità.

Sherry Turkle, a conclusione di 15 anni di studi sull'interazione fra alta tecnologia ed esseri umani, dopo aver esaminato i casi di decine di giovani, trae conclusioni che fanno discutere: da un lato robot sempre più sofisticati, e dall’altra gli adolescenti che «preferiscono inviare sms anziché parlare» con il risultato di un «progressivo distacco dalla realtà e alienazione dall’umanità». Per la studiosa le Reti sociali, aumenterebbero il senso di isolamento dei giovani che, attraverso i social network, si sono ritrovati con problematiche accresciute, fino ad arrivare talora al suicidio. Un suo slogan è “Tanti amici ma sempre soli”, che illustra nel suo libro «Alone together» (Insieme ma soli),

Una delle cose che lasciano più sorpresi è che non solo adolescenti, ma anche adulti, affidano al social network riflessioni con straordinaria leggerezza, osservazioni o contenuti.

 Quali forme tende ad assumere questa socialità a cavallo tra on-line e off line?

1)   C’è una struttura della socialità on-line, che mostra come ci sia  corrispondenza tra la struttura che la società offline sta assumendo e la struttura che assume la socialità on-line. La rete FB riproduce gruppi già esistenti offline. Le comunità in rete ricalcano quella che è la comunità di vita.

2)   Sono reti io-centrate,

3) questa struttura tende a valorizzare i legami deboli rispetto ai legami forti, che possono anche non essere rappresentati o tendono a scomparire, come nel caso tipico degli adolescenti che non vogliono i genitori in rete; quelli deboli, basati sull’affinità, sul gusto, sull’adiacenza, sono più rilevanti perché sono più funzionali.

4) questa struttura accentua la relazione orizzontale tra pari, rispetto a quella gerarchica: mette in discussione per esempio il principio di autorità.

Rischi di questa ridefinizione: il possibile collasso dei contesti: quello pubblico-privato, ma anche i diversi contesti della vita privata: la sfera degli amici rispetto a quella dei colleghi, la sfera dei colleghi rispetto alla sfera dei superiori, la sfera degli amici rispetto a quella dei ragazzi di cui siamo educatori. Non sono più in grado di gestire, se non con un lavoro impegnativo, la distinzione tra le diverse sfere, c’è una permeabilità estrema tra queste diverse sfere che si contaminano fra loro.

 Ci sono comportamenti facilitati dalle affordances tecnologiche (affordance= la qualità fisica di un oggetto che suggerisce a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo).

Le tecnologie ci invitano o abilitano a fare alcune cose piuttosto o più facilmente che altre.

1)   la visibilità sociale, reciproca, implica sia il controllo reciproco, sia la possibilità di una curiosità reciproca (l’abbiamo sempre fatto, si chiama pettegolezzo, adesso lo facciamo in un modo nuovo, è una forma di controllo sociale),

2)   Oppure: la mancanza di visibilità si traduce in un’assenza: se non sono visibile non ci sono, non esisto, se non performo scompaio nel gorgo della rete.

3)   Proprio perché questa visibilità è reciproca, apre a una dimensione di riflessività: io guardo che cosa fanno gli altri, gli altri guardano che cosa fanno a me, io guardo come gli altri reagiscono a quello che io ho fatto, in quella gestione dell’impressione che devo produrre negli altri, devo continuamente confrontarmi con la mia immagine, col progetto della mia immagine, con: come gli altri leggono la mia progettualità, e come reagiscono alla mia azione. È in qualche modo un guardarsi allo specchio continuamente. Questa consapevolezza produce la percezione di rivolgersi a un pubblico a cui bisogna risultare gradito: i miei amici sono il mio pubblico in qualche modo, e io incorporo la logica dell’andare incontro al gradimento degli altri.

4)   Alcune affordances potenziano l’omofilia delle reti. Ci sono alcuni dispositivi all’interno di Facebook che lavorano in questa direzione; per esempio il dispositivo del “like”, che mi consente di dire che cosa mi piace, ma non che cosa non mi piace; la possibilità di bloccare i contenuti indesiderati, che quindi non entrano più nella mia bacheca; lo stesso algoritmo di Facebook che torna a ripropormi con maggiore frequenza le pagine che io vedo già con maggiore frequenza: “a chi ha sarà dato a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”, c’è una ricorsività che premia, anche all’interno di Facebook come nei motori di ricerca, alcuni contatti, alcune relazioni piuttosto che altre. Si rischia di perdere la possibilità della casualità dell’incontro con l’altro.

5) una strategia un po’ più prudente: il sé selettivo propone, secondo le regole di buona conversazione, una sorta di autocensura. Ci si autocensura nei contenuti, o perché si sviluppa una sorta di minimo comun denominatore, e si dice quello che si sa non possa dare fastidio a nessuno. L’omofilia preme verso una sorta di conformismo, mi adeguo al tono generale della conversazione e cerco di piacere a tutti e non dispiacere a nessuno: questo produce “like” in modo esponenziale.

Ci sono poi altre strategie che mettiamo in atto poiché c’è una molteplicità di linguaggi comunicativi. Noi passiamo sovente da una strategia all’altra. Però dentro questi tipi ideali c’è ancora uno spazio per una forma di stile personale, cioè per quella forma che rende diverso il profilo dal volto. La relazione tra viso e identità nella nostra cultura è un aspetto molto forte. Nel linguaggio comune diciamo: “Io ci metto la faccia”, mi basta guardarlo in faccia per capire”. Per dire come nella nostra cultura la faccia è molto rappresentativa di quella che è la nostra identità.

Il volto che ci giochiamo dentro poi finisce per essere quello che ciascuno di noi con il suo stile,  con il suo modo di stare insieme agli altri, è in grado di produrre. Dai profili, dai post, foto, musiche si può fare il profilo psicologico delle persone, arma potentissima dal punto di vista commerciale, ma dall’altra parte vuol dire che comunque noi stiamo in rete, con quello che facciamo sulla rete noi giochiamo allo scoperto, noi mostriamo la nostra umanità senza infingimenti, e questo può avere una serie di ricadute molto forti e volendo anche molto positive. Dipende da noi.

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