mercoledì 18 giugno 2014

4. Educarsi ed educare ai media

LA MEDIA EDUCATION  indica un’attività, educativa e didattica, finalizzata a sviluppare nei giovani una informazione e comprensione critica circa la natura e le categorie dei media, le tecniche da loro impiegate per costruire messaggi e produrre senso, i generi e i linguaggi specifici.

Prendiamo il caso della televisione:

La tv è sempre “pedagogica”. Ogni giorno, migliaia di stimoli visivi ed uditivi raggiungono le nostre menti. Ogni giorno, più o meno coscientemente, filtriamo questi messaggi per farci un’idea sul mondo, su quello che ci sta intorno, su quello che non conosciamo e spesso anche sul nostro mondo interiore.
La tv “educa” sempre perché crea dei modelli di riferimento con il suo panorama simbolico (ricordate quando due incontri fa ho spiegato la costruzione simbolica della realtà?) e gli dà corpo con la sua forza verosimigliante. In questo contesto, non è più sufficiente insegnare ai bambini e ai ragazzi a leggere e scrivere, bisogna insegnar loro a “guardare” e ad “ascoltare”. Le parole d’ordine sono conoscenza, consapevolezza, contatto con la realtà. La tv è uno strumento, uno dei tanti, un mezzo che utilizza un linguaggio persuasivo preciso, decifrabile, analizzabile dunque criticabile. Imparando a conoscere le sue dinamiche, le sue logiche industriali di funzionamento, si può davvero smettere di subire il messaggio e diventare telespettatori attivi ed intelligenti.

O pensiamo a Internet:

ASK: Una ragazzina si è tolta la vita dopo aver ricevuto minacce su ASK.

Il messaggio di Ask è: chiedi e rispondi. La finalità di ask è fare domande massimo di 300 caratteri e ottenere risposte. Generalmente è anonima. È il motivo del successo. È popolato prevalentemente da adolescenti, che hanno un linguaggio aggressivo.

Aprire il discorso ask con i ragazzi e capire la motivazione dello scambiarsi domande e risposte (su Youtube si trovano le video risposte) il tono è inquietante, sono veramente aggressivi, ci sono video risposte che rasentano l’isteria: piatti, parolacce terreno fertile per un cyber bullo.

Suicidi annunciati sulle reti sociali.

Tutto questo postula un’educazione ai media.

La ME si sviluppa attorno a questi tre aspetti:


  1. educazione alla fruizione consapevole e corretta degli strumenti del comunicare;

  1. educazione alla comprensione del sistema mediale e dei suoi messaggi: l'industria, le tecnologie, le strategie commerciali o le culture veicolate (orientamento rivolto alla formazione di conoscenze);

  1. educazione volta a creare professionisti dei media.


Dal confronto tra media ed educazione è nato non solo un nuovo capitolo della pedagogia speciale o un’attività occasionale della scuola, o delle scienze dell’educazione, ma anche un vasto movimento di idee e iniziative a livello locale e internazionale, al quale hanno aderito ricercatori, educatori, professionisti dei media, che si riconoscono nell’impegno comune per la ME.

Si è anche studiato il condizionamento che i media subiscono da parte di fattori economici, politici e ideologici, e l’impatto che essi hanno sul pubblico. La ME non si limita a ‘proteggere’ dai media, ma mira piuttosto a fornire una competenza mediale perché ci si sappia confrontare in modo critico e costruttivo con l’universo dei media, e creare nuove forme espressive e di comunicazione.

L’insegnamento dei media può essere articolato secondo alcune domande: chi comunica e perché? Di che tipo di testo si tratta? Come è stato prodotto? Come ne conosciamo il significato? Quali interessi sono in gioco? Chi riceve il messaggio e quale significato gli attribuisce? Come viene ‘rappresentata’ la realtà? Che cosa è stato omesso e perché?

La ME si sta configurando come un approccio multidisciplinare ai media.

L’educazione ai media è compito di ogni educatore, sia pure con diversità di ruoli. Ma si potrà pensare anche a una nuova figura professionale con competenze e contributi specifici da offrire alla scuola, alla famiglia e al territorio: il media educator.

Ma mettiamoci al livello delle persone comuni: genitori, insegnanti, educatori.

Se sono un educatore non posso postare su FB foto o altro che possono generare imbarazzo o confusione, o incoerenza. Prima di cliccare “pubblica” ci penso un momento di più e provo a pensare se quella foto, o commento, o quel post può in qualche modo danneggiarmi, o creare imbarazzo ora o per il futuro, o danneggiare una persona vicina.

E’ un pensiero che dovremmo fare tutti un secondo prima proprio a livello di discernimento e di responsabilità nell’utilizzo di questi strumenti.

E’ importante entrare nella logica di approfondire gli strumenti offerti dalle tecnologie in ottica di linguaggio. Ogni SN ha un suo linguaggio proprio, tutti i media hanno una grammatica attraverso la quale esprimono la loro rappresentazione della realtà.

Sarebbe importante, soprattutto per coloro che hanno responsabilità educative, che facessero un attimo di riflessione su che tipo di grammatica è contenuta in quel SN, per essere in grado di esprimersi in maniera corretta, perché a volte è proprio la semplicità di utilizzo a creare confusione.

Creare un account FB e postare è una questione semplice tecnicamente da fare. Questo ci spinge a non riflettere abbastanza e in maniera approfondita sul linguaggio, per cui una persona che abbia una responsabilità educativa deve prima comprendere il linguaggio che viene usato per poi poter tradurre la narrazione di sé in maniera adeguata quindi attuare anche una serie di scelte di natura valoriale rispetto ai contenuti da postare.

Non fare “mi piace” a un ragazzino che sappiamo che è minore di tredici anni, quindi non dovrebbe scrivere lì.

Bisogna avere una esperienza diretta prima di gestire una pagina, di quello che è il mondo di FB o di TW.

Benedetto XVI: “essere custodi della liberta dei figli sulla rete”.

Per i genitori: come comportarsi? Non lasciare i minori soli. Cercare di comprendere i fenomeni, di

che cosa si tratta, i linguaggi usati dai ragazzi e le loro motivazioni ed accompagnarli per renderli autonomi. Non tanto dire “fai così,” ma “fai così con me”. Così fa il vero educatore.

Papa Benedetto parla anche di autenticità di vita nell’era digitale. I social network aiutano la scomposizione della nostra identità, la possibilità di mostrare più facce della nostra identità. La differenza la possiamo fare nel momento in cui diamo a tutti i profili che noi abbiamo sui social network, un senso di profonda autenticità e di profonda coerenza con quello in cui crediamo. Se riusciremo a fare questo, riusciremo a essere veramente dei testimoni digitali, testimoni nella rete e avremo credibilità nei confronti di chi ci guarda e di chi ci sta ad ascoltare. I ragazzi e anche gli adulti, nascondendosi magari anche dietro sterili polemiche nei confronti della Chiesa, degli attacchi facili, celano il bisogno di risposte e queste risposte gliele possiamo dare ogni giorno abitando la rete, ma questo discorso tira in ballo la credibilità, la coerenza di una persona: cose che stanno a priori dello strumento e del mezzo tecnologico.

Ci sono corsi per educatori laici (destinatari: seminaristi, consacrati, educatori, genitori). La riflessione per il futuro dovrà concentrarsi non solo a dare le indicazioni su come usare al meglio la rete, ma anche alla conoscenza dei mezzi di comunicazione e delle loro implicazioni culturali.

Possiamo condensare questi stimoli in 4 verbi fondamentali: Analizzare, scoprire, riflettere e capire.

Ora vorrei dire qualcosa sui reati che si possono compiere in Internet e le regole che vigono

Premessa:

Valore sociale riconosciuto di Internet: su Internet vengono veicolati valori fondamentali e interessi primari dei cittadini. Sono così fondamentali che addirittura vi sono delle proposte di inserire nella carta costituzionale delle disposizioni che riguardano il diritto di ogni cittadino ad accedere a Internet con strumenti tecnologicamente adeguati, proprio perché l’accesso ad Internet viene individuato come uno strumento per rimuovere degli ostacoli di ordine economico, culturale e sociale.

Quindi da parte del legislatore vi è un interesse a favorire al massimo la possibilità di accedere ad Internet e dal versante opposto la possibilità che chi accede possa esercitare i propri diritti con minori limitazioni possibili.

 Diceva un esponente delle forze dell’ordine: “il termine “paura della rete” deve essere abbandonato, perché molto spesso la paura della rete è quella che ci sconsiglia di entrare nella rete e nello stesso tempo lascia la rete a realtà diverse che forse hanno dei messaggi diversi da veicolare dai nostri;  noi dobbiamo poter agire senza paura per poter veicolare messaggi diversi, i nostri messaggi, ma anche le nostre iniziative, che sono realtà positive; non dobbiamo lasciare che la rete sia veicolo di attività meno positive. Io sostituirei il termine paura con “consapevolezza”: è attraverso un utilizzo più consapevole della rete che noi possiamo difendere i nostri diritti in maniera specifica.

Esistono due fasce di soggetti che utilizzano la rete, con conoscenze tecniche molto diverse:

-          I nativi digitali che hanno una manualità molto accentuata, ma non hanno sapienza digitale. A loro non vengono trasmessi valori, etica nell’utilizzo di questi strumenti

-          Le persone più adulte, che hanno anche l’obbligo di educazione, che probabilmente sono dei sapienti, ma nel campo delle telecomunicazioni hanno paura perché sono una cosa sconosciuta, o lo fanno quando sono stanchi la sera e si vogliono rilassare, con le difese molto basse.

Entrambi spesso cadono in diffamazioni e altri reati molto pesanti perché non si è compreso che il peso delle parole inserito all’interno della rete ha un moltiplicatore spaventoso.

I reati che su Tw, Fb Ask Istagram si compiono sempre di più sono ad esempio il cyber bullismo, quella condotta che esiste anche fuori dalla rete, che non ha quasi mai portato a scelte estreme come la morte, mentre quando questo comportamento entra all’interno della rete, non fa più male fisico ma entra in questi strumenti, improvvisamente porta più facilmente anche a gesti estremi.

Ecco che noi adulti, genitori, educatori dobbiamo capire quanto pesano le parole inserite nella rete e anche nei media ordinari. Un insulto messo lì ha un peso spaventoso specialmente per i nativi digitali. Il giovane è la vera vittima e deve essere supportato con gli strumenti ordinari, la psicologia, la psicoterapia perché non sono cose da sottovalutare.

La Polizia di Stato ha creato un team che sta girando l’Italia con un tir con un’aula attrezzata che staziona qua e là, per spiegare questi pericoli e formare i giovani”.

Reati più frequenti:

Truffe, cyberbullismo, pedopornografia, furto di dati personali fino a comportamenti diffamatori,

violazione della privacy

Non vi è tuttavia una giungla in Internet, come spesso si è portati a credere; è vero che la difficoltà di individuare i soggetti che operano in Internet, e la molteplice possibilità di utilizzare il mezzo informatico rendono estremamente difficile la tutela dei propri diritti, però le norme esistono; vi sono norme anche della commissione europea recepite nello Stato italiano che riguardano ad esempio l’attività dei provider.

Le autorità cui rivolgersi sono la magistratura ordinaria se ci sono reati; il garante della privacy, dei marchi che possono effettuare un’attività repressiva. La Polizia postale ha creato uno sportello online per fare una denuncia telematica, che poi si deve siglare a un ufficio di Polizia vicino. C’è anche un servizio in cui la polizia va a casa.

Ma la prima tutela è data dalla prevenzione, avere un comportamento consapevole: ecco che ritorna in gioco l’educazione alla conoscenza dei media.

Il reato della truffa può essere evitato, tocca l’ingenuità dei cittadini di internet. Verificare l’identità digitale del venditore, le sue mail, le carte prepagate… vedere se altri sono stati truffati da un soggetto con quel numeo di telefono, quella mail, quella carta, oggetti già venduti su altri siti. Utilizzare l’attenzione quando si fanno acquisti.

Cyberbullismo, ADESCAMENTI dei ragazzi, PEDOPORNOGRAFIA… convincere minori a comportamenti illeciti quali fotografarsi nudi e farlo apparire normale… Avevo citato la volta scorsa il caso della ragazzina che aveva ucciso l’amica che aveva postato su Youtube foto che le ritraevano nude. Oggi sono minori stessi che obbligano altri e non si rendono conto della pesantezza perché nessuno gliene parla, li fa riflettere, sono soli.. Non si riesce a dialogare più con questi ragazzi, che hanno capacità di apprendimento e linguaggi diversi dai nostri: genitori che vogliono essere eterni bambini e ragazzi che non vogliono crescere.

Regole per le immagini, le foto. Affidarsi al buon senso è rischioso. Quando parliamo di immagini, di volti, ecc. sono dati che hanno una loro sensibilità a seconda del contesto, perché idonei a comunicare ad esempio l’appartenenza alla Chiesa. Ci vuole il consenso espresso della persona coinvolta. Quando si tratta di minori la cosa è ancora più delicata: occorre il consenso espresso scritto di coloro che esercitano la potestà, altrimenti non si può pubblicare la foto. Oppure si devono rendere irriconoscibili i volti.

Mentre per le adunate, come piazza s. Pietro prevale l’interesse all’informazione, la notizia.

Riprendere foto da altri siti: la libera diffusione delle notizie e delle immagini è favorito, ma ci sono regole: rispettare la volontà di chi per primo ha immesso la notizia, la foto, l’articolo, indicare la fonte da cui è attinta l’immagine o la notizia, se emerge la volontà di non divulgazione. Bisogna poi vedere le singole situazioni.

 Problema dell’identità:

E quando non è possibile vedere subito l’identità, come comportarsi?

Gli strumenti di tutela esistono, ma c’è la difficoltà di realizzarli.

FB non richiede la C.I e questo fa sì che chiunque possa spacciarsi per chiunque, anche un minore.

L’anonimato anzi viene tutelato. Ci sono però norme giuridiche che vietano l’ingannevole identità. Ci sono anche sentenze. Le polizie, le forze dell’ordine, in particolare la polizia delle comunicazioni, ha collegamenti con i vari gestori della rete, ci sono piattaforme riservate di comunicazioni dove si riescono ad avere gli identificativi.

I SN devono comunicare all’autorità gli identificativi di un soggetto che ha compiuto un illecito.

Primo effetto è la rimozione immediata del post: questa è possibile abbastanza in fretta con la cessazione dell’illecito. L’effettiva repressione è più difficile.

Amazon e molti altri tracciano le nostre preferenze. Nel caso migliore sono utilizzate per il marketing. Ci sono reti  che cercano di tracciare tutta la nostra vita. Una persona aveva 10.000 amici su FB:  registrava tutti i suoi spostamenti (dal cell): il combinato di tutte queste informazioni è stato dato in pasto a altre persone ed è venuta fuori un’azione di stalking da parte di una persona che neppure si conosceva.

Il CLOUD ha delle potenzialità che vanno sfruttate. Ma per quanto riguarda i dati sensibili, al di là delle misure di sicurezza che devono essere garantite, bisogna fare delle riflessioni sul rischio.

Spesso si riceve SPAM, phishing da Paesi strani, non si riesce a perseguire nessuno. E’ l’icona della mondializzazione. Tanti server sono collocati in luoghi dove non si riesce ad avere informazioni. Quando i servizi sono gratuiti, i server generalmente sono in paesi dove costa meno, ma non vige la legge italiana, magari sono più liberi, quindi consiglio cautela o affidarsi a esecutori ben identificati.

CONCLUSIONE

Io credo che la sicurezza all’interno della rete non la danno né gli strumenti informatici e nemmeno le forze dell’ordine planetarie. La sicurezza lì dentro viene esclusivamente dalla formazione, dall’informazione, dal senso critico, da quella che io amo definire “la cultura di Internet” che un soggetto, un cittadino di internet deve avere nel momento in cui utilizza questi strumenti. Non possiamo pensare che il nativo digitale abbia questa cultura. Il nativo digitale è come un pesce: il pesce vive nell’acqua ma non sa che cosa è l’acqua; il nativo digitale vive nella rete, ha una identità digitale che è davvero molto preziosa, ma non sa esattamente che cosa sia e quanto sia potente. La cultura di Internet è quella che l’educatore, famiglia, scuola, associazioni cattoliche, istituzioni, hanno l’obbligo di far crescer fra i soggetti più giovani.

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